Archivio per dicembre 2011

Vitalizio

dicembre 24, 2011
Pur non certo “neofita” della politica, sono rimasto colpito dalla notizia, letta sul “Corriere della sera”, che all’ex assessore Nicoli Cristiani, indagato per presunte “mazzette” nell’operazione riguardante il settore cave e discariche della Regione Lombardia, spetterebbero, dopo le dimissioni,  una “liquidazione” di 340 mila euro e un “vitalizio” mensile di quasi 5 mila euro. Ciò, in conseguenza dei suoi 16 anni di “servizio” (richiestogli dagli elettori, per carità!) al Pirellone. Ecco, m’è venuto da pensare allora, cos’è la “casta”, che evidentemente non abita soltanto presso il Parlamento italiano, anche, se, forse, quella “domiciliata” a Roma è ancor più privilegiata.  Nel caso in questione si registra dunque che, dopo sedici anni di consiliatura, un “regionale” (che ha fatto anche l’assessore, d’accordo) si porta a casa – pur avendo potuto godere mese per mese di una corposa indennità, e beneficiato giorno per giorno di ulteriori, piccoli benefici – un “trattamento di fine rapporto” che corrisponde a più di seicento milioni delle vecchie lire, e una “pensione” mensile (il “vitalizio”) di quasi dieci milioni mensili. Cifre che paiono enormi a chi, come il sottoscritto, essendo vissuto in un ambiente fatto prevalentemente di operai e di impiegati, sa quali erano e sono gli importi “medi” di liquidazioni e pensioni di quest’ultime categorie di lavoratori, dopo magari quarant’anni, non sedici, di servizio.  Che poi, per i politici in questione, non si possa, in realtà, parlare né di TFR né di “pensioni”, trattandosi, i loro, di “istituti” giuridicamente e tecnicamente differenti (sottomessi a quale eventuale tipo di tassazione, poi, non so), non cambia molto: si tratta pur sempre, ribadisco, di importi éclatanti, letti in ambienti …”proletari” o di ceti medi. E’ certo giusto, sia chiaro, prevedere un’indennità decorosa per gli “eletti”, ma, nel tempo si è esagerato, soprattutto ai livelli istituzionali più alti: Parlamento e Regioni, appunto. Dove, grazie al potere legislativo diretto, le rispettive assemblee possono, oltretutto, determinare liberamente o quasi le cifre da corrispondere ai propri componenti. E non solo, come detto, a riguardo dell’indennità mensile, ma anche della “liquidazione” e del “vitalizio”. Quest’ultimo (il TFR sì) non spetta invece per esempio, quali che siano gli anni di carica istituzionale esercitata, agli amministratori di Comuni e Province (neppure a Sindaci e Presidenti), e ciò potrebbe apparire discriminatorio rispetto alle altre, citate, categorie politiche, se non fosse discutibile, invece, il “favore” fatto a queste ultime. In conclusione: tutte le cariche pubbliche dovrebbero godere di un’ indennità dignitosa, come detto,  ma bisognerebbe escludere ogni forma di vitalizio o di privilegio similare. Chi è eventualmente in aspettativa dovrebbe vedersi garantita la copertura degli oneri contributivi previsti dal suo contratto di lavoro – pubblico o privato che sia -, ma poi godere dello stesso trattamento degli altri lavoratori in termini di rendita pensionistica e maturazione del diritto alla quiescenza.
Sindaco per molti anni negli anni ’80, io percepivo un “mensile” modesto (quasi ridicolo, all’inizio) e, alla fine, non ho avuto una lira di “TFR” né, tantomeno, di “vitalizio”. Ma non mi lamentavo né mi lamento, perché avviato alla politica in tempi nei quali, tanto più in ambienti cattolici, si entrava in quel mondo “per spirito di servizio”. Non certo per “fà i dané” (far soldi, detto in “meneghino”).

Primus

dicembre 21, 2011

Il mio solito amico mi ha fatto il calcolo dell’IMU prevista nel decreto “salva Italia”. Un calcolo approssimativo, che non tiene conto, ovviamente, delle variabili legate alle decisioni che assumeranno i singoli Comuni. Proprietario, insieme a mia moglie, della casa (bella ma “normale”) dove abito, e ulteriormente proprietaria, mia moglie, di metà della casa (bella ma “normale”) ereditata alla morte dei genitori, il prossimo anno pagheremo, in argomento, un’imposta pari a due volte e mezza l’importo sborsato, come ICI, l’anno passato (quando peraltro la “prima casa” era esente, naturalmente). Una cifra che corrisponde a una grossa fetta della nostra pensione mensile assommata. Pensioni entrambe, le nostre, che, pur affatto “d’oro”, e neppure ”d’argento”, non vedranno, ahimè, adeguamenti di sorta al costo della vita nei prossimi anni (o per sempre?). Da cittadini ligi al “dovere”, pagheremo sino all’ultimo “cent”, naturalmente. Però… . Però c’è qualcosa che non convince, nella “manovra”, in tema di “equità”. Lo stesso ritorno della suddetta imposta, che Prodi aveva peraltro notevolmente ridimensionato, farà rimpiangere, in molti cittadini, il famoso “avete capito bene?” affermato da Berlusconi (che …se la sta ridendo, temo, in argomento) quando comunicò che l’avrebbe cancellata. “Ma c’è in tutti i Paesi d’Europa!”, è il refrain dei nostri governanti. Sarà, ma in nessun Paese d’Europa ci sono le sperequazioni che si registrano in Italia. Non c’erano alternative, ci ha ribadito anche da Fabio Fazio, peraltro in maniera persino simpatica, lo stesso (intelligente) ministro Passera: l’UE pretendeva misure con cifre e dati certi. La strada percorsa era dunque obbligata. Eppure, a me, nel mio “piccolo”, l’esponente dell’esecutivo di Monti non mi ha convinto sino in fondo (per usare un linguaggio grammaticalmente poco corretto ma efficace). Imporre una vera patrimoniale, che riguardasse non solo gli immobili, ma anche i beni mobiliari, poteva essere, per esempio, una delle opzioni alternative. Il PdL non la voleva, d’accordo. Ma lo stesso governo ha “mollato”, pensando fosse troppo complicato, per lo Stato, gestire una tale operazione nel segno della verità. Insomma, anche ai “professori”, che pure, da “tecnici”, potevano osare di più pur tenendo d’occhio le pulsioni parlamentari, è mancato il coraggio: l’Italia è fatta così, è stato il loro stesso messaggio, e non possiamo che prenderne realisticamente atto. Anche se ci spiace. L’hanno detto, persino, a riguardo della questione della liberalizzazione in tema di taxi e di farmaci, pur affrettandosi, subito dopo, a dichiarare che dal primo minuto dell’anno nuovo, non c’è santi che tenga, tireranno fuori gli artigli, in argomento. Insomma, è il proclama di Monti & company (una “compagnia” che complessivamente apprezzo, per carità): sic stantibus rebus questa manovra c’est le mieux che si possa avere. Per fortuna, però, intanto, la stessa è stata un poco corretta dai partiti che lo sostengono (con un PD convinto obtorto collo, e un PDL, al solito, double face), i quali hanno cancellato, per esempio, l’indecenza dell’abolizione dell’adeguamento di proprio tutte le pensioni al costo della vita. V’è dunque stato un “No” a una patrimoniale vera, come anche un “No” a un aumento dell’imposta sui redditi più alti (impensabile, dicono, in un paese con aliquote già altissime, ma forse non assurdo in questo momento di totale emergenza). Paghino, allora, i soliti. Tra i quali, oltre ai “pensionandi” (in proposito: non è un po’ “proditorio” spostare in avanti l’asticella dell’arrivo a gara pressoché ultimata?), i pensionati, con la citata mancata rivalutazione degli assegni. Cui si aggiungeranno, per converso, i vari aumenti, generalizzati, in diversi campi, compresa , probabilmente, l’addizionale IRPEF regionale. Agli evasori, cioè a coloro che sottraggono complessivamente alle entrate dello Stato, ogni anno, una cifra enorme, pari all’importo di molte “manovre”, ci penseremo domani. Non per cattiva volontà, s’intende, è il messaggio del governo “tecnico”, ma per difficoltà di ordine burocratico-amministrativo. Però, quando, ieri, ho letto sul “Corrierone” i redditi dichiarati dalle “partite IVA” (categoria numericamente pur inquinata dai finti lavoratori autonomi in realtà precari dipendenti), e in particolare la percentuale (ridicola) di coloro che dichiarano redditi superiori a quello medio di un lavoratore dipendente, m’è venuto quasi spontaneo ricordare al prof. Monti la famosa espressione napoletana “Dottò: accà nissciuno è fesso”. Criticare, allora, la manovra Monti, senza fargli mancare il sostegno complessivo, si può, e forse si deve, anche in casa PD, pur a prescindere dai Fassina. Lo sta facendo piuttosto duramente la stessa CISL, via! Tanto più che la nota questione dell’abbattimento dei costi della politica (a parte l’estemporanea decisione già assunta, nel decreto, sulle Province), salvo piccoli interventi affatto risolutivi, sembra arenarsi, perlomeno a riguardo dei tempi, nel classico “porto delle nebbie”.

VINCENZO ORTOLINA
Milano, 21 dicembre 2011.

Su pei Monti che noi andremo ….

dicembre 5, 2011

“Rigore, equità, sviluppo”, è il “mantra” (parola “magica”) di questi giorni a riguardo della “manovra”, supposta salvifica, del governo Monti. “Povero Cristo!”, verrebbe da dire, tenendo conto della sua …sensibilità cattolica, senza per questo volerlo paragonare, mi sia consentita la digressione, a un altro esimio personaggio milanese, una volta in abito talare, anch’egli alle prese, in una situazione diversa, con gravosi problemi, e che si è definito, lui sì con convinzione, più o meno in questo modo. Il “povero Cristo” che guida l’esecutivo deve affrontare, è noto, la pesantissima eredità berlusconiana. Di quel Berlusconi i cui fan di prima fila continuano a ritenere, in privato, sia stato estromesso dal governo da una sorta di “golpe” perpetuato, più che dall’Europa e dai mercati finanziari, dal “post-comunista” Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, peraltro esaltato (fatto non abituale, in casa PdL) sino a poco prima. Eppure, non fosse per la non definitivamente risolta questione giudiziaria che lo riguarda, e che avrebbe preferito affrontare, per i motivi che conosciamo, essendo ancora in carica da presidente del consiglio, c’è da pensare che a Silvio Berlusconi non spiaccia troppo l’aver evitato, lui, l’uomo del “mai metteremo le mani nelle tasche degli italiani”, il momento di “lacrime e sangue” (per usare una metafora un po’ sfruttata) che deve affrontare il suo successore. Dell’esigenza di “equità”, comunque sia, hanno parlato, in questi giorni, tutti: sindacati, confindustria, partiti. Sia a destra, sia a sinistra. A conferma, però, che non tutti intendono probabilmente tale parola alla stessa maniera. Monti & company hanno, intanto, deciso (per quanto si registra a questa data), in ogni caso. E quali che siano le scelte del governo, va ricordato innanzitutto che la Lega di Bossi e del risuscitato parlamento “padano” sarà duramente “contro”. La “crisi” li ha liberati, quasi inaspettatamente, dal giogo berlusconiano e ora, finalmente, possono tornare a essere un partito di sola lotta, non anche di governo. Grideranno ogni giorno contro l’iniquità sociale, provando a ricuperare, in vista delle urne, parte dei voti intanto persi, mentre le rinate voglie secessioniste rappresenteranno soltanto un po’ di folclore. Dovranno tuttavia riuscire, prima, a far dimenticare il quasi ventennio di cogestione del “sistema” berlusconiano e i disastri (nel campo etico, civico, istituzionale e socio-economico) che esso ha provocato. Alla guerra sembra voler andare anche Antonio Di Pietro (e la sua IDV?), che sta esso stesso annusando aria elettorale. Insomma: Lega e Di Pietro nuova e unica opposizione parlamentare (da sinistra?) al governo degli “accademici”? Il PdL, per parte sua, non ha ancora idee chiarissime sul “da farsi”: il neo (o quasi) segretario pare dibattuto tra il desiderio di ricuperare un minimo di autonomia e l’obbligo di fedeltà assoluta al “capo supremo”, del quale, sin qui, è apparso quasi sempre, semplicemente, il portavoce. Certo, l’appannarsi della leadership del “padre padrone” sta inevitabilmente determinando uno scontro tra le diverse anime della compagine (berlusconiani “doc”, post fascisti, cattolici moderati -ormai piuttosto in sofferenza- ciellini, radicali di destra, eccetera). La sensazione, in proposito, è che stia prevalendo l’idea di agire di volta in volta, nei confronti del nuovo governo, secondo convenienza (di partito). Il decreto del governo è soprannominato, nientemeno, “salva Italia”, e obbligherà pertanto il Partito democratico, la formazione politica che appare attualmente come la più responsabile, a votarlo. Anche se taluni provvedimenti ivi previsti non convincono. Anzi. E non solo perché lo dice la Camusso, considerato che la pensano allo stesso modo anche CISL e UIL. Il ritorno dell’ICI sulla casa di abitazione non piacerà per nulla agli italiani, non solo ai “lumbard”. E’ stata una spudorata scelta elettorale quella di Berlusconi di abolirla, a suo tempo. Ma ormai i cittadini vi si erano bellamente abituati. Mario Monti impone nuovamente l’imposta sulla prima casa e magari, intanto, il suo predecessore (che non credo voglia semplicemente tornare a fare l’imprenditore) sta già immaginando una campagna elettorale in tempi ravvicinati, nella quale rilanciare il messaggio: “toglierò l’ICI, avete capito bene?”. Anche se, naturalmente, l’Europa di oggi gli impedirebbe, poi, di realizzare l’obiettivo. Bene la tassazione, forse troppo “soft”, sui capitali rientrati dall’estero col famoso scudo tremontiano, bene se ci saranno nuove tasse sui beni di lusso, ma indubbiamente pesante l’attacco, l’ennesimo attacco, alle pensioni, pur se l’estensione del “pro rata” a tutti è comprensibile. Certo, la vita si è allungata non poco, fortunatamente, ma, è mia opinione, chi è in età da pensione adesso, essendo perciò nato negli anni ’50, ha fatto mediamente una vita particolarmente faticosa, tanto più se donna, di norma dedita anche a un gravoso, supplementare lavoro domestico. I tempi per un “aggiustamento” significativo del sistema erano già stati decisi, e la loro brusca anticipazione fa indubbiamente problema. Come risulterà parimenti odioso il blocco della rivalutazione degli assegni pensionistici (salvo che per quelle più basse, e ci mancherebbe!). Per non dire, infine, che gli ulteriori, pesanti tagli ai trasferimenti agli enti locali, su sanità e trasporti, aggravano il quadro. Già, si dirà: ma quali le alternative? Forse (ma non sono un’economista, mi si perdoni), un po’ più di fantasia in tema di “patrimoniale” (questione prima casa a parte), e, persino, un aumento dell’IRPEF sugli stipendi alti – pur ipotizzato – non sarebbero stati inopportuni. Quanto all’eterno problema dell’evasione fiscale, che ormai raggiunge una cifra, ci dicono, pari a un quinto del PIL, m’è parsa francamente enfatica l’affermazione del capo del governo, secondo il quale: “abbiamo messo i presupposti per escludere la possibilità di evadere!”. O davvero qualcuno s’illude che nel nostro fantasioso Paese basti imporre l’obbligo di un maggior utilizzo delle carte bancarie nei pagamenti, per risolvere la questione? Dunque, manovra montiana discutibile ma che, presentata, come detto, come la sola possibile o quasi per “salvare l’Italia”, costringerà come detto il partito democratico di Bersani a mostrarsi responsabile. Per evitare che la situazione diventi irrecuperabile, i mercati finanziari impazziscano, il “default” si concretizzi davvero. Lo farà esprimendo, io credo, non dico un voto quasi “tecnico”, perciò stesso in qualche misura dovuto, ma motivazioni di ordine politico più generale. Non potrà, però, non considerare che se risponde all’esigenza del rigore, e forse, perlomeno in parte, a quella dello sviluppo, la manovra lascia margini corposi di dubbio quanto ad equità. Risultando del tutto insufficiente, tra l’altro (pur se non era e non è –lo si può capire- lo strumento più adatto allo scopo), a riguardo del tema della “casta”. Positive le “buone pratiche” previste circa gli “stipendi” e la pubblicità della situazione patrimoniale di ministri e sottosegretari, ma ci vuole ben altro. I “democratici” votino allora la fiducia (che sarà prevedibilmente richiesta), non prima però di aver provato, se vi saranno le condizioni “ambientali”, ad introdurre in aula ulteriori, evidenti elementi di giustizia. E annuncino iniziative immediatamente successive finalizzate ad affrontare a tutto campo il citato, indilazionabile argomento dei costi della politica. Razionalizzazione del sistema Province compreso.
VINCENZO ORTOLINA
4 dicembre 2011

Missionario

dicembre 2, 2011

Don Verzé in giro col suo aereo come “missionario” di Cristo”, dunque. Lo dice lui, che aggiunge di sentirsi, nientemeno, messo in croce come lo stesso Cristo a causa (è una mia interpretazione) della sua generosità verso gli altri. Da milanese ho grandissima stima per il “San Raffaele”, ma da fresco studente di teologia penso che il “reverendo” stia esagerando nel paragone, e che la sua concezione teologica non sia troppo ortodossa.

Lucio Magri

dicembre 2, 2011

“Scelta personale in contrasto col diritto naturale”, pontifica Gateano Quagliariello, che suppongo “devoto” ma ateo (se no, mi scusi), nel commentare il suicidio assistito di Lucio Magri. Deplorato anche, ovviamente, da molti cattolici, dei quali i più famosi, guarda caso, stanno, politicamente parlando, nel centrodestra. Scelta, comunque sia, drammatica, quella del fondatore del Manifesto, che ripropone mille interrogativi, mille dubbi. Tra i quali uno, peraltro: è giusto che sul “fine vita”, su una scelta, cioè, che ha implicazioni così intimamente legate al nostro singolo “io”, possa decidere (imponendo magari l’obbligo dell’alimentazione e dell’idratazione) il “legislatore” di oggi? Cioè un Parlamento che non è fatto di grandissimi saggi, di filosofi, di teologi, bensi di politici mediamente di modestissima levatura sotto diversi punti di vista, oltretutto condizionati da esigenze affatto di natura etica? E’ giusto, detto con una battuta volutamente e decisamente provocatoria, che sia uno Scilipoti qualunque, insieme ai suoi, a decidere se mi si debba “staccare la spina” o no, fossi nella condizione che sappiamo? Assolutamente no, ovviamente.


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