Vitalizio

Pur non certo “neofita” della politica, sono rimasto colpito dalla notizia, letta sul “Corriere della sera”, che all’ex assessore Nicoli Cristiani, indagato per presunte “mazzette” nell’operazione riguardante il settore cave e discariche della Regione Lombardia, spetterebbero, dopo le dimissioni,  una “liquidazione” di 340 mila euro e un “vitalizio” mensile di quasi 5 mila euro. Ciò, in conseguenza dei suoi 16 anni di “servizio” (richiestogli dagli elettori, per carità!) al Pirellone. Ecco, m’è venuto da pensare allora, cos’è la “casta”, che evidentemente non abita soltanto presso il Parlamento italiano, anche, se, forse, quella “domiciliata” a Roma è ancor più privilegiata.  Nel caso in questione si registra dunque che, dopo sedici anni di consiliatura, un “regionale” (che ha fatto anche l’assessore, d’accordo) si porta a casa – pur avendo potuto godere mese per mese di una corposa indennità, e beneficiato giorno per giorno di ulteriori, piccoli benefici – un “trattamento di fine rapporto” che corrisponde a più di seicento milioni delle vecchie lire, e una “pensione” mensile (il “vitalizio”) di quasi dieci milioni mensili. Cifre che paiono enormi a chi, come il sottoscritto, essendo vissuto in un ambiente fatto prevalentemente di operai e di impiegati, sa quali erano e sono gli importi “medi” di liquidazioni e pensioni di quest’ultime categorie di lavoratori, dopo magari quarant’anni, non sedici, di servizio.  Che poi, per i politici in questione, non si possa, in realtà, parlare né di TFR né di “pensioni”, trattandosi, i loro, di “istituti” giuridicamente e tecnicamente differenti (sottomessi a quale eventuale tipo di tassazione, poi, non so), non cambia molto: si tratta pur sempre, ribadisco, di importi éclatanti, letti in ambienti …”proletari” o di ceti medi. E’ certo giusto, sia chiaro, prevedere un’indennità decorosa per gli “eletti”, ma, nel tempo si è esagerato, soprattutto ai livelli istituzionali più alti: Parlamento e Regioni, appunto. Dove, grazie al potere legislativo diretto, le rispettive assemblee possono, oltretutto, determinare liberamente o quasi le cifre da corrispondere ai propri componenti. E non solo, come detto, a riguardo dell’indennità mensile, ma anche della “liquidazione” e del “vitalizio”. Quest’ultimo (il TFR sì) non spetta invece per esempio, quali che siano gli anni di carica istituzionale esercitata, agli amministratori di Comuni e Province (neppure a Sindaci e Presidenti), e ciò potrebbe apparire discriminatorio rispetto alle altre, citate, categorie politiche, se non fosse discutibile, invece, il “favore” fatto a queste ultime. In conclusione: tutte le cariche pubbliche dovrebbero godere di un’ indennità dignitosa, come detto,  ma bisognerebbe escludere ogni forma di vitalizio o di privilegio similare. Chi è eventualmente in aspettativa dovrebbe vedersi garantita la copertura degli oneri contributivi previsti dal suo contratto di lavoro – pubblico o privato che sia -, ma poi godere dello stesso trattamento degli altri lavoratori in termini di rendita pensionistica e maturazione del diritto alla quiescenza.
Sindaco per molti anni negli anni ’80, io percepivo un “mensile” modesto (quasi ridicolo, all’inizio) e, alla fine, non ho avuto una lira di “TFR” né, tantomeno, di “vitalizio”. Ma non mi lamentavo né mi lamento, perché avviato alla politica in tempi nei quali, tanto più in ambienti cattolici, si entrava in quel mondo “per spirito di servizio”. Non certo per “fà i dané” (far soldi, detto in “meneghino”).

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