La prima sera che ne ha dato notizia a La7 - oltre al TG3 e a Sky, il solo canale che reggo, in tema di informazione politica – m’è venuto da pensare che a Mentana era capitata un’occasione straordinaria: raccontare, insieme, che un senatore del PdL aveva guadagnato 18 milioni di euro (o dieci che siano, tenendo conto della questione “ristrutturazione”) acquistando e rivendendo nello stesso giorno un immobile a un ente previdenziale (?!), e che un senatore PD era accusato di aver dirottato, con modalità in corso di accertamento, qualcosa come 13 milioni di euro della “Margherita”, frutto di rimborsi elettorali statali, su società italiane ed estere che fanno riferimento a lui. Cifre “mozzafiato”, l’una e l’altra, per chi è abituato a bilanci societari o familiari infinitesimali, al confronto. Il messaggio subliminale che se ne poteva di primo acchito ricavare, considerata la posizione politicamente “centrista” (ma è una mia personale valutazione) del citato conduttore del telegiornale, era, pertanto: destra e sinistra tutti “ladri”, viva il centro! Ma il Partito democratico, la “sinistra”, non c’entra nulla nella vicenda Lusi (dell’altra, quella che riguarda l’esponente della “destra”, sarà interessante conoscere eventuali nessi e connessi), che ha per protagonista il partito, solo apparentemente “defunto”, vien da dire, già capitanato dal “neocentrista” (oggi) Rutelli. Che è stato prontamente invitato dalla stessa emittente a chiarire, a spiegare, a “discolparsi”, diciamo così. E che l’ha fatto con passione e, credo di poter affermare, con convinzione. La faccenda, però, è “allucinante”, se posso utilizzare un termine che non mi pare eccessivo. E farà male, molto male, è ovvio, all’intera classe politica, già in grave difficoltà nel rapporto con l’opinione pubblica, cui sta dando, oltre a tutto, risposte debolissime sul tema della riduzione dei costi del “sistema”. La vicenda danneggerà non poco il PD in particolare (nonostante la precisazione sopra riferita), il cui senso di responsabilità verso il governo Monti, che pure suscita perplessità all’interno, gli stava procurando consensi “di qualità”. La responsabilità penale è ovviamente personale, e anch’io credo che, nell’ “affaire”, la dirigenza “margheritina” sia stata, innanzitutto, “turlupinata”. Impossibile, però, non sorprendersi grandemente e non porsi pesanti interrogativi sui mancati controlli e sulla sottovalutazione dei precedenti segnali di allarme, così come riportati in questi giorni dalla stampa. Inevitabile, perciò, chiedere conto. In particolare, ma non solo, a chi aveva, unitamente al tesoriere, la delega a operare sul noto deposito, da cui sarebbe partita una valanga di bonifici. E poi: a leggere ora la “biografia” del senatore c’è un po’ da stupirsi: già proprietario di più case a L’Aquila, ha incrementato dunque in modo diciamo insolito il proprio patrimonio immobiliare grazie agli acquisti “prestigiosi” che ora sappiamo. Contribuente con un reddito annuale di 38 mila euro nel 2005, ci raccontano sempre le cronache, è passato a una dichiarazione di 340 mila euro: la politica “di servizio” (dicono che l’interessato abbia una grande sensibilità ed esperienza nel campo sociale) evidentemente ….paga. “Persona dalla doppia natura” (il classico “dottor Jekyll e mister Hyde?), dichiara adesso il fondatore dell’Alleanza per l’Italia, il quale se n’è accorto, ahimè, tardi. Dunque, dirigenti della Margherita indubbiamente vittime, in buona misura. Ma, a pensarci, lo siamo di più, io credo, noi, già semplici militanti o quasi di quel partito. Io ero, nel mio piccolo, membro dell’assemblea nazionale e, chiusa l’attività pubblica della Margherita nel 2007, non ho mai risposto (Deo gratias) alle successive convocazioni di tale assemblea semplicemente perché, occupandomi soltanto di politica, non capivo per quale ragione si dovessero riconvocare gli organi di un partito ormai “morto”. Anche se, a quanto ho capito, assurdamente legittimato a continuare ad incassare rimborsi elettorali pubblici. Comprendo, per carità, che anche la dirigenza nazionale più direttamente coinvolta sia tentata di venirci a dire che essa stessa si occupava di politica, e non di bilanci. E’ ovvio, però, che non se la può cavare così. Perché, prescindendo da responsabilità anche semplicemente “oggettive”, ci sono delle responsabilità “politiche”, appunto. Sono quanto meno “sprovveduti”, questi dirigenti, dice Aldo Grasso sul Corriere. Sprovveduti, però (è la mia chiosa), non precisamente nel senso che pur veniva attribuito a suo tempo, per esempio, allo stesso Giorgio La Pira (che da lassù mi perdonerà l’allusione). Il problema, allora, è che il “Lusigate” sta indignando irreparabilmente tutti quei militanti ( prima illusi e poi delusi, come dice il titolo di questa mia) i quali hanno creduto in quel partito – visto quale strumento di transizione da un modo vecchio a uno davvero “nuovo” di fare politica – e nella sua successiva evoluzione. Sto sentendo commenti salacissimi di molti amici, in proposito. Questa è davvero una brutta storia, tale da farci considerare (ma è una provocazione) l’idea di avviare una sorta di “class action” per ottenere risarcimenti per “danni morali”. Di una cosa siamo comunque persuasi: che i dirigenti maggiormente coinvolti, ferma restando l’esigenza di un sicuro accertamento delle “colpe” (politiche, per carità) di ciascuno, farebbero bene, ovunque essi siano ora, ad eclissarsi per un bel po’ di tempo dalla scena politica.